Quando la morte fa apprezzare la vita ...

Ci sono storie che non ti lasciano più. Ti entrano nella pelle, penetrano in profondità nelle tue viscere fino a raggiungerti l'anima. Sono storie che, spesso, non avresti mai voluto ascoltare e che invece ti ritrovi a vivere come testimone, anche se da lontano.
In questi tempi globalizzati dove la distanza è relativa, perché la tv e internet ti fanno entrare ovunque e raggiungere ogni parte del mondo in un istante pur non muovendo il sedere dal divano di casa, ieri credo che veramente poche persone non abbiano assistito al dramma che si è svolto a Pescara, con la morte raccontata in diretta, fotogramma dopo fotogramma , di Piermario Morosini, giovane centrocampista di soli 25 anni.
In un attimo le notizie hanno iniziato a rincorresi, ingolfarsi, ingigantirsi per poi ridimensionarsi e gonfiarsi nuovamente su ogni canale televisivo e circuito mediatico per rispondere all'istintiva e inevitabile curiosità di saperne di più su di una storia così toccante come quella di Piermario.
In un istante tutto si è fermato per lasciare spazio al cordoglio per una vittima così giovane e così sfortunata.
Se prima di allora ben pochi sapevano dell'esistenza di Piermario Morosini - me compresa -, dall'istante in cui la sua vita si è spenta, tutti hanno saputo di lui e della sua triste vicenda famigliare. La vita è davvero beffarda.
Non è la morbosità malata che spinge a scrivere, parlare e confrontarsi su questa vicenda, quanto piuttosto il senso di vicinanza, di appartenenza e di condivisione che la globalizzazione richiama.
Ma soprattutto a lasciare interdetti in questa storia è l'inspiegabile accanimento della vita, o del destino, su di un'unica persona, e che spalanca la porta a dubbi e domande che probabilmente non avranno mai risposta. Così si cerca sempre più in profondità nella speranza di capire e di trovare un senso, una spiegazione plausibile che plachi il senso di destabilizzazione e di plateale mancanza di una labile giustizia che tronca la vita ad un ragazzo di 25 anni, dopo che a 17 aveva perso la madre, a 19 il padre e poco dopo il fratello morto suicida, e che lascia una sorella disabile, ora rimasta sola. Non c'è limite alla sofferenza e non si può mai pensare di essere ormai immuni alla sfortuna perché magari si pensa di aver già pagato abbastanza. E' questo che fa paura.
Si pensa sempre che i calciatori siano baciati dalla fortuna e che vivano in un certo senso "su un altro pianeta" interdetto a noi comuni mortali. Un pianeta fatto di stipendi da capogiro, gioventù, ville faraoniche, veline, poca testa, pochi problemi, e tutto ciò che implica lo stereotipo del calciatore "tipo", ma poi ci si rende conto che la vita non è così semplice e che non si sottomette alle nostre canonizzazioni, e ci si trova sconcertati a vedere che la sfortuna si accanisce brutalmente anche dietro facce dolci, sorridenti e insospettabili come quella di Piermario.
Queste sono vicende che ti fanno guardare con meno superficialità e con più disponibilità al vicino di casa o al passante che incroci per strada, per un po' ci si sente più vicini e, in un certo senso, sopravvissuti al destino ... Per un po', poi tutto tornerà come prima ... Succede sempre, purtroppo.


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